Quanto costa, oggi, mantenere un figlio in Italia?

Premessa

Il cuore suggerisce che i figli non hanno prezzo, ma l’esperienza insegna che per farli diventare grandi e indipendenti, i genitori devono affrontare costi onerosi e sempre crescenti. Si tratta sia di costi di mantenimento (alimentari, abbigliamento, cura, salute…) che di accrescimento (istruzione, intrattenimento, cultura…). In ogni caso, costi che crescono anche in tempi di crisi e con velocità superiori all’inflazione. E non ci fa certo sentire meglio sapere che il fenomeno è comune a tutte le famiglie dei Paesi sviluppati. Conoscere questi costi è molto importante perché, che ne siamo consapevoli o meno, essi influenzano la scelta di avere dei figli oppure no e, di conseguenza, l’essere a conoscenza di tali costi dovrebbe costituire la base per le politiche pubbliche di sostegno alla natalità e alla famiglia. Ma sapere, anche se in modo approssimativo, quanto ci costa mantenere e crescere un figlio ci serve anche per valutare l’incidenza in caso di emergenze come malattia, morte, licenziamento di uno dei genitori e separazione del nucleo familiare. Trattasi di serie di cambiamenti che quasi sempre portano alla stessa conseguenza: l’impoverimento economico del nucleo familiare. Negli ultimi anni, in Italia e all’estero, sono state condotte numerose ricerche sui costi per crescere un figlio. Ciò che è emerso da tutti gli studi è l‘enorme variabilità di questi costi, che dipendono innanzitutto dal reddito dei genitori e e dall’età dei figli, ma anche dal patrimonio, dalla composizione familiare, dalla città di residenza, dagli stili di consumo e dal sistema di welfare pubblico.

 

Le ricerche

In Italia, le famiglie con figli minori sono circa 7 milioni su un totale di circa 26 milioni di famiglie. Per omogeneità, abbiamo preso in considerazione le ricerche che si riferiscono alle spese attribuibili ad 1 figlio di 16 anni in una famiglia di tipo bi-genitoriale con un secondo figlio minore, che abita in una grande città urbana del centro‐nord e in un’abitazione di circa 100 mq di proprietà, con mutuo o affitto da pagare.

I tipi di costo attribuiti al figlio sono:

  1. Casa: che comprende i costi di affitto o mutuo, tasse di proprietà, manutenzione, pulizia, spese le bollette e per l’arredamento;
  2. Alimentazione: le spese per cibo, buoni mensa, ristorante;
  3. Trasporti e comunicazioni: che comprende la quota di ammortamento per l’acquisto dell’auto, carburante, manutenzione e riparazioni, assicurazione, trasporti pubblici, telefonia fissa e mobile e connessione internet;
  4. Abbigliamento: costi di acquisto, pulitura e riparazione;
  5. Salute: costi non coperti dal servizio pubblico (es. dentista, fisioterapia, psicologo…);
  6. Educazione e cura: spese per baby-sitter, tasse scolastiche, libri, ripetizioni, doposcuola, mensa scolastica, viaggi di studio, PC…;
  7. Varie: comprendono spese per cura personale, paghetta, sport, intrattenimento, viaggi, regali.

 

Mamme e lavoro

Se si lavora, serve qualcuno che si prenda cura del figlio e, a causa delle costo elevato delle rette dell’asilo nido, spesso la madre è costretta a rinunciare al proprio lavoro, dopo anni di formazione e di carriera. Per chi continua a lavorare, la scelta è fra girare lo stipendio alla baby sitter o contare su un’alternativa. L’indagine Eurispes del Rapporto Italia 2017 lo mostra, spiegando che il 23% delle giovani famiglie chiede aiuto ai nonni per non dover pagare nidi privati o baby sitter.
Nel primo anno di vita, secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori 2016, si va da 6.800 a 14.800 € di spesa per mantenere un figlio. E’ importante ricordare che l’Italia non ha raggiunto l’obiettivo di Lisbona: servizi di cura per almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni. I bimbi che frequentano un asilo nido sono solo il 13% del totale e il tasso di occupazione delle madri è del 54% in Italia, mentre va oltre il 70% nel Regno Unito, Francia e Germania. E il tempo della mamma costa? Di certo non viene pagato, ma Federconsumatori ha provato a fare i conti. Una media di 100 ore al mese, dedicato ai figli e non retribuito, che è calcolato qualcosa come 700 € mensili se pagati 8 € l’ora.

 

La spesa totale fino alla maggiore età

Se per il primo anno di vita si contano da 500 a 800 € per i soli pannolini, salendo di età bisogna aggiungere la scuola: quasi 1.000 € per la prima media, fra materiale scolastico e libri. Ad una famiglia con un reddito medio di 34mila € netti l’anno, portare un figlio dagli 0 ai 18 anni costa quasi 170mila €, come un appartamento. Una famiglia con reddito più basso può arrivare a spendere 113mila € mentre, se il reddito raddoppia, può spendere anche 270mila € a figlio in 18 anni.
Le ricerche non considerano le spese pubbliche, cioè gli aiuti che arrivano dallo Stato. In Italia, queste spese sono più basse della media europea (arrivano al’1,5% del Pil), per un totale di 50mila € fino alla maggiore età. Esse riguardano per di più la scuolae le spese mediche. In Francia, nonostante il costo totale di mantenimento dei figli sia simile a quello dell’Italia, si ha una spesa inferiore in capo alle famiglie, facendo sì che sia presente la più alta natalità d’Europa. In Francia, infatti, alla nascita di un bambino, lo Stato offre circa 900 €. Dal secondo figlio in poi, c’è poi la famosa “allocazione familiare”, che viene data a tutti indipendentemente dal reddito: 130 € al mese fino alla maggiore età, a cui si aggiunge un sussidio di 180 € al mese dalla nascita fino ai 3 anni.

 

Conclusioni

  • In media, i costi diretti di mantenimento e crescita di un figlio fino ai 18 anni comportano fino al 35% di spese in più rispetto ad una coppia senza figli e con lo stesso reddito. Ne consegue che per le coppie gli attuali oneri economici si possano definire quantomeno scoraggianti;
  • Dover trovare una casa più grande (“con una stanza in più”) per poter crescere il proprio bambino è la spesa che incide di più per una coppia e, come incidenza percentuale sul totale delle spese, negli ultimi anni è in continua crescita;
  • Sono in crescita anche le spese per trasporti e comunicazioni, mentre in calo sono quelle per l’alimentazione, mentre restano costanti quelle per l’abbigliamento;
  • Le spese per la salute sono quelle più basse, grazie al SSN, mentre crescono con velocità fino a 4 volte quella dell’inflazione le spese per la cura e l’educazione dei figli (in Italia come in tutti i Paesi sviluppati). Una situazione che, se dovesse crescere nel tempo, aumenterebbe il rischio di far perdere alla scuola pubblica la sua funzione di emancipazione sociale per le persone più povere.

Posted on 10 giugno 2017 in News, Senza categoria

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