Perchè il welfare di comunità è l’unico modello di welfare possibile

L’attuale sistema di welfare italiano fatica a rispondere in modo adeguato ai cambiamenti della nostra società e a comprenderne i relativi bisogni, sempre più multiproblematici e complessi. E’ importante ricordare come la tutela delle fasce deboli sia soltanto una parte del welfare, il cui fine fondamentale è invece di valutare l’insieme dei rapporti e la qualità dei processi di integrazione sociale che riguardano tutti i cittadini.

Un altro indirizzo improprio e fortemente riduttivo dell’utilizzo del termine welfare sta poi nell’eccessiva attenzione che viene data nello “stato sociale” all’investimento delle risorse economiche pubbliche, e quindi alla relativa incidenza che ne deriva in termini di spesa pubblica. Ci si dimentica, cioè, che non sono soltanto le risorse economiche che concorrono alla produzione del nostro welfare, ma anche le attività di cura e di educazione, i flussi relazionali ed affettivi che vengono garantiti dalla famiglia; la solidarietà diffusa sul territorio, il buon vicinato, l’impiego capillare e determinante del volontariato in alcune gravi situazioni di emarginazione sociale e di sofferenza. In questi ultimi anni abbiamo assistito a delle profonde trasformazioni sociali che hanno inciso sul livello di protezione sociale e di autorganizzazione della famiglia, esponendo a gravi rischi di esclusione sociale i suoi singoli componenti e producendo all’interno del soggetto famiglia forte fragilità e disorientamento. Ci riferiamo in particolare:

  1. alla situazione di abbandono in cui è lasciata la donna-madre nel processo di inserimento lavorativo: senza sufficienti supporti in termini di servizi sociali e soprattutto senza la promozione di una politica di lavoro in grado di favorire il part-time e la flessibilità degli orari;
  2. al disagio giovanile, derivante da una mancata valorizzazione della risorsa giovani da parte della società, che da almeno 30 anni rappresenta un grave fattore di rischio della qualità delle relazioni e degli affetti all’interno della famiglia, senza che ci sia stata ancora una risposta adeguata in termini di politica sociale ed economica;
  3. alla condizione degli anziani, esclusi dai processi di sviluppo e da adeguati percorsi di protagonismo sociale, anche in relazione all’allungamento della vita. Molto spesso gli anziani sono infatti collocati ai margini della famiglia, senza i necessari servizi sociali e sanitari per contrastare il gravissimo e sempre più ampio problema della non autosufficienza;
  4. alle gravi situazioni di esclusione sociale che colpiscono alcuni soggetti deboli che hanno un insostituibile bisogno di famiglia: i minori in difficoltà, i disabili, i malati mentali e i malati terminali;
  5. alla disoccupazione e sottoccupazione crescenti che colpiscono spesso i lavoratori in età media, nella fase di maggior carico familiare per la formazione dei figli e l’assistenza ai genitori.

 

Vi è, infine, un terzo e ultimo utilizzo improprio del concetto di welfare che riguarda la connotazione in termini assistenziali e riparatori degli interventi di welfare. Ora questa filosofia è da tempo superata, anzi, vi è una tendenza sempre più a intervenire nelle situazioni di disagio sociale e di povertà con meno prestazioni e con più opportunità di processi che permettono le responsabilizzazione e l’autorganizzazione delle persone e delle fasce deboli.

La crescita di soggettività politica e culturale registrata in questi ultimi anni dal terzo settore si basa su motivazioni tra loro molto diverse; ma trae la maggiore significatività essenzialmente dalla sua notevole capacità di rappresentare le trasformazioni più recenti e più profonde della società civile. Questo radicarsi del volontariato, dell’associazionismo e della cooperazione sociale nella società civile ha avuto già da parecchi anni, come primo effetto, di prefigurare un nuovo modello di welfare, fondato appunto sul coinvolgimento del privato sociale nella gestione e nella programmazione delle politiche sociali.

Parliamo di “comunità solidale” o di welfare community per indicare appunto un modello di politica sociale che, modificando profondamente i rapporti tra istituzioni e società civile, garantisce maggiore soggettività e protagonismo alla società civile, aiutandola nella realizzazione di un percorso di auto-organizzazione e di autodeterminazione fondato sui valori comunitari della solidarietà, della coesione sociale e del bene comune.

E’ fuor di dubbio infatti che, qualsiasi sviluppo avrà il welfare, non potrà comunque più fare a meno di una presenza determinante del “terzo settore”. II volontariato, l’associazionismo e la cooperazione sociale hanno dimostrato infatti, in questi ultimi anni, di essere in grado di rispondere in maniera qualificata alla domanda di partecipazione e di relazionalità che rappresenta la nuova dimensione dei bisogni sociali. In questo senso, il radicamento del privato sociale a pieno titolo all’interno della società civile rappresenta la chiave di volta delle nuove strategie di lotta contro l’esclusione sociale e quindi l’elemento determinante e irrinunciabile delle future strategie di welfare. La produzione di beni relazionali, la moltiplicazione di opportunità di socializzazione e di supporto che vanno incontro al disagio dei minori, dei giovani, degli anziani e delle famiglie sono, a tutti gli effetti, aree essenziali del nostro sviluppo economico, oltre che sociale. Comportano una ridefinizione dello stesso modello di stato sociale, che non può più essere considerato come semplice sistema di erogazione e sistema di tamponamento dei più gravi rischi sociali.

Nonostante le oggettive difficoltà, in alcuni territori si stanno registrando spinte innovative che tentano di spostare l’asse di intervento dall’ottica risarcitoria a quella promozionale, di ampliare il raggio di azione sul disagio generalizzato della cosiddetta “normalità” a rischio e, allo stesso tempo, di investire sulla ritessitura dei legami sociali.

Non solo terzo settore e pubblica amministrazione: anche le imprese for profit rivestono un ruolo significativo nello sviluppo della comunità in ambito sociale, potendo produrre “valore condiviso” tramite azioni di Responsabilità Sociale d’Impresa che mostrano un’attitudine alla costruzione di percorsi di innovazione sociale. I nuovi modelli di welfare, infatti, aprono alla possibilità di valorizzare l’apporto anche di altre categorie di soggetti presenti sul territorio che contribuiscono alla creazione di servizi di welfare, che agiscono in azione congiunta e condivisa. Condizione necessaria che da parte di tutti (imprese, persone, parti sociali) vi sia il desiderio di aprirsi al nuovo e alla sperimentazione. Serve, dunque, la concreta applicazione di una mutualità allargata, intesa come la costruzione di alleanze tra cittadini, imprese e istituzioni per il raggiungimento dei più alti gradi di qualità della vita e di sviluppo. Nell’attivazione del welfare di comunità sarebbe importante poter accedere anche a finanziamenti non pubblici e non direttamente erogati dalle imprese, coinvolgendo gli abitanti del territorio.

Una delle prime sperimentazioni in Italia nell’ambito del welfare di comunità è il “nostro” WelfareLocale: un modello di welfare territoriale che mira a rispondere alle nuove sfide sociali e di sviluppo locale sostenibile coinvolgendo attivamente tutti gli attori territoriali. La collaborazione tra i diversi soggetti permette di realizzare un servizio complementare al welfare pubblico ed economicamente sostenibile. Il modello si fonda sui concetti di “sussidiarietà circolare” e “valore condiviso”.

Posted on 19 maggio 2017 in News

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