Old but gold – I segreti per una vecchiaia felice

Seikichi Uehara aveva 97 anni ma la cosa non sembrava disturbarlo più di tanto, o almeno così sembrò al giovane antropologo Craig Willcox quando andò a cercarlo per un’intervista e lo trovò in spiaggia, intento ad insegnare ai suoi studenti ventenni l’arte del karate. Per caso Seikichi aveva scoperto l’elisir di lunga vita? No, l’arzillo vecchietto era un abitante di Okinawa, l’isola giapponese conosciuta come il “paradiso dei centenari”.
A Okinawa la percentuale di centenari è incredibilmente alta: se ne contano 54 ogni centomila abitanti, contro i 5-10 degli Stati Uniti. E non si tratta di centenari qualunque. La maggior parte è in salute, un terzo è totalmente indipendente. Cucinano, vanno a passeggiare, alcuni lavorano ancora. Ma la cosa straordinaria – racconta Willcox – è il numero di anni vissuti senza i disagi e le malattie che normalmente associamo all’invecchiamento. A Okinawa la vecchiaia inizia a 95 anni, prima gli abitanti continuano a lavorare come contadini, pescatori o in ufficio. Possibile? Sì, possibile.
Quando pensiamo ad un anziano siamo abituati ad immaginare un vecchietto rugoso, capelli bianchi e bastone di ordinanza. Probabilmente ce lo immaginiamo anche un po’ brontolone, magari seduto in poltrona davanti alla tv o con le braccia dietro la schiena a guardare i lavori di fronte a casa. E se poi immaginiamo di parlare con lui ci verrà spontaneo scandire meglio le parole e alzare un po’ la voce, si sa, alcuni anziani ci sentono poco, qualcuno è pure un po’ duro di comprendonio, spesso sono entrambe le cose. È un’immagine comune, che ci fa anche un po’ di tenerezza. Eppure gli studi più recenti ci dicono che le cose non stanno proprio così. Non esiste un anziano “tipico” e l’invecchiamento biologico, quello che ci fa perdere capacità ed efficienza, sembra essere solo in parte legato all’età. Ci sono 80enni con capacità mentali e fisiche paragonabili a quelle dei giovani mentre altri iniziano molto presto a sperimentare un declino psico-fisico.
La biografia di molti personaggi illustri conferma questo dato. Il premio Nobel Rita Levi Montalcini fondò e diresse l’Istituto Europeo di Ricerca sul Cervello all’età di 96 anni, l’astrofisica Margherita Hack scrisse il suo ultimo libro a 90 anni. Fauja Singh, il maratoneta più anziano al mondo, corse la sua ultima maratona all’età di 103 anni, tagliando il traguardo solo 6 ore dopo il vincitore ben più giovane e prestante. E ancora, si pensi a Giuseppe Verdi e Alessandro Manzoni, che produssero le loro opere migliori in età avanzata, Charlie Chaplin, Picasso, Goya, i cui ultimi anni di attività dimostrano la possibilità di preservare un buon funzionamento psicofisico anche in età molto avanzata.
Ma allora, se l’età conta solo in parte, che cosa serve per invecchiare bene? Se lo sono chiesti gli studiosi Gianni Pes e Michel Poulain, girando i 5 continenti alla ricerca delle comunità più longeve del mondo. E incrociando i patrimoni genetici degli anziani con il loro stile di vita una risposta l’hanno trovata. Per il 30% la longevità è merito del patrimonio genetico individuale, se nasci in una famiglia di longevi avere una vita lunga diventa più probabile, ma non sicuro. Per il 70% un buon invecchiamento è dovuto infatti a fattori modificabili come l’alimentazione, lo stile di vita, l’ambiente in cui viviamo, il ruolo che la società ci riserva al suo interno. In altre parole per la maggior parte un buon invecchiamento dipende da noi e da ciò che ci circonda.
E a che punto della nostra vita dovremmo iniziare a preoccuparci di invecchiare bene? Da subito. Sebbene per la legge siamo anziani a partire dai 65 anni, l’invecchiamento biologico comincia molto prima. A partire dai 30 anni il corpo inizia un lento processo di declino, ma la velocità e la gravità variano molto tra gli individui. Rispetto al passato non è aumentata la durata massima della vita umana (riconosciuta attorno ai 120 anni), ciò che è aumentato drasticamente è la percentuale di individui che raggiungono un’età avanzata. Merito dei grandi progressi compiuti in campo scientifico e dei miglioramenti socio-economici che da oltre un secondo continuano ad alzare la nostra aspettativa di vita al ritmo vertiginoso di 6 ore ogni giorno.
Oggi viviamo in media 30 anni in più dei nostri quadrisavoli. La domanda chiave è: come li passeremo questi 30 anni guadagnati? In due modi possibili- secondo il Dr. Willicox, divenuto uno dei maggiori esperti di invecchiamento- alcuni di noi raggiungeranno il traguardo attraverso le tecnologie e la medicina, ma vi arriveranno con grosse difficoltà fisiche e mentali, altri invece riusciranno a massimizzare il proprio potenziale genetico attraverso un corretto stile di vita adottato nel corso di tutta la vita. L’attività fisica e l’alimentazione sana sono due dei segreti di Okinawa. Gli abitanti dell’isola la chiamano ishokudoghe, il cibo come medicina. L’altro è lo yuimaru, che indica il senso di appartenenza delle persone e la consapevolezza di giocare un ruolo importante per la famiglia e la comunità. La lezione di Okinawa è che la longevità è un valore da difendere, non un peso per la società, così gli anziani dell’isola, rispettati e onorati per la loro saggezza, hanno qualche motivo in più per continuare a vivere a lungo.
Invecchiare bene di gambe e di testa? Si, grazie. Siamo abituati a collegare l’invecchiamento con la demenza ma, sebbene sia vero che l’incidenza aumenta con l’avanzare dell’età, la malattia colpisce “solo” il 20 % degli ultraottantenni. Questo significa che la maggior parte degli anziani non è destinata a sviluppare demenza.
Una delle principali scoperte del nostro tempo è la presenza di cellule staminali cerebrali. Il cervello è quindi è in grado di rinnovarsi, continuando a produrre nuovi neuroni e connessioni, e mantiene questa capacità anche in età avanzata. Ma la cosa più importante è che noi possiamo intervenire attivamente su questo processo, stimolando la produzione della nostra “riserva cerebrale”. Come? Tenendo la mente in allenamento. L’esperienza di Okinawa, dove la demenza è quasi inesistente anche tra i centenari, ci suggerisce che possiamo rallentare l’invecchiamento del nostro cervello. Ci affanniamo ad allenare i muscoli in palestra ma raramente ci ricordiamo di mantenere in esercizio anche la nostra mente, eppure il principio è molto simile. Con il passare del tempo la memoria e l’attenzione subiscono un calo fisiologico, la velocità di elaborazione rallenta, ma la nostra capacità logica e il bagaglio delle nostre conoscenze, se utilizzato, continua a svilupparsi. Per tutta la vita e ancor di più da anziani le relazioni sociali e l’esercizio mentale mantengono la mente in allenamento stimolando la produzione di nuove cellule cerebrali e nuove connessioni, contribuendo significativamente a rallentare il processo di invecchiamento cerebrale.
L’attuale aspettativa di vita è di 80 anni. Un terzo se ne va dormendo, quasi il doppio lo passiamo lavorando e occupandoci di far funzionare tutto ciò che ci circonda. Ci restano in media 9 anni. E se decidessimo di usarli per invecchiare bene?

Posted on 21 luglio 2017 in News

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